Espressionismo e Fauves: Maurice de Vlaminck, il pittore popolare

L’espressionismo nasce come una corrente di rivolta, di rivoluzione, che difficilmente possiamo inquadrare in una definizione precisa.

Così come lo conosciamo, si manifesta in modi diversi rappresentando per lo più “un’arte d’opposizione”.

Siamo a inizio Novecento, i pittori non seguono più correnti univoche al loro periodo storico come succedeva in passato, ognuno sfoga la propria felicità, paura, timore o sentimento che sia, nei modi più disparati e personali.

L’espressionismo si mette così davanti a tutte queste correnti come anti tutto: antinaturalismo, anti-impressionismo, anche se poi di fatto moltissimi sono gli elementi derivanti da tali correnti.

Se pensiamo a chi sono i padri diretti dell'espressionismo possiamo elencare appunto nomi come Van Gogh, Gauguin o Munch.

Ma cosa cambia rispetto alla concezione naturalista ed impressionista? Mentre per queste due correnti la realtà rimane qualcosa da guardare dall’esterno, per l’artista espressionista questa va vista dal suo interno; il pittore vuole immedesimarsi, calarsi, vivere questa realtà in tutta la sua pienezza.

Ciò che senza ombra di dubbio gli espressionisti non accettano dagli impressionisti è il tono di felicità, di leggerezza che è proprio di queste loro tele. 

Nella sua concezione più generica, dall'espressionismo si ramificano altre correnti più specifiche, fra cui i Fauves.

La denominazione e riconoscimento ufficiale del gruppo avviene al Salon d’Automne nel 1905.


Maurice de Vlaminck, Maisons à Chatou,1904

Molti sono gli artisti Fauves: Matisse, Braque (prima di avvicinarsi al cubismo), Marquet, Dufy etc, ma in realtà Maurice de Vlaminck e André Derain, per un certo tempo, prima che anch’egli si avvicini al cubismo, rimangono i protagonisti indiscussi del genere.

Per loro non vi è decorazione sulla tela o composizione che regga, vi è solo espressione. La pittura diventa un luogo vero e proprio dove scaricare con violenza le proprie emozioni.

Fauvismo significa dunque liberazione, liberazione del proprio istinto, del proprio Io più violento.

Derain scrive: “I colori erano per noi cartucce di dinamite”, e questo dovrebbe farci ben capire l’azione di brutalità ed esplosività che vi è in queste tele.

A conferma di ciò Vlaminck afferma:

 

La scienza uccide la pittura. La mia passione mi premetteva tutte le audacie, tutte le impudenze contro le convenzioni del mestiere di pittore. Volevo provocare una rivoluzione nei costumi, nella vita quotidiana, mostrare la natura della libertà, liberarla dalle vecchie teorie e dal classicismo. Non avevo altra esigenza che scoprire, con l’aiuto di nuovi mezzi, i profondi rapporti che mi legavano alla vecchia terra. Ero un barbaro tenero e pieno di violenza. Traducevo d’istinto, senza metodo, una verità non artistica, ma umana.

 

Da queste parole possiamo intuire che il modo di concepire la pittura di Vlaminck, è connesso strettamente al modo che ha di concepire la sua quotidianità e i rapporti sociali.

Vlaminck è infatti anarchico nella vita e nella pittura: libertà sfrenata, libertà d’ispirazione, che non lo conducono mai a soluzioni cubiste perché definita da egli stesso "un’arte troppo militarista”; è un pittore popolare, impulsivo, rivoltoso, dominato da una selvaggia felicità, che lentamente si trasforma in cupa realtà del vedere le cose.

La sua tavolozza abbandona i colori accesi del mondo fauves, per avvicinarsi a una visione più buia di ciò che lo circonda.


Maurice de Vlaminck, Figura in una strada di paese,1920

In questo momento la sua pittura si avvicina alle origini del padre, fiammingo, e qui rivediamo i colori del primo Van Gogh.

Questo è l’espressionismo, non è gioia, non è il pullulare di colori vivaci e accesi simbolo di felicità, l’espressionismo sta proprio dietro quest'apparenza serena; vi è protesta, rivolta, intensità emotiva e psicologica ed è questo l’espressionismo più vero e profondo: quello che caratterizza la pittura di Vlaminck.


Chiara Bazzotti

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