Adolfo Wildt: docente di Scultura a Brera

Adolfo Wildt, Vir Temporis Acti, 1914


Adolfo Wildt nasce a Milano il 1 marzo del 1868, da una famiglia di modeste condizioni.
All’età di nove anni decide di lasciare la scuola e di aiutare in famiglia lavorando nella bottega di un parrucchiere come garzone, dove vi resta solo per alcuni mesi, trovando poi impiego presso un orefice e un marmista. 

Sin da giovanissimo l’artista presenta una vocazione artistica molto forte e non meno precoce è l’attrazione per il marmo: 


Fin da fanciullo, quando ancora non era decisa la mia carriera, ebbi un’adorazione per il marmo, ch’io non mi sono mai spiegata. Ricordo che, giovinetto, abbracciavo i blocchi di marmo e dicevo, forse senza comprenderne il significato, c’hio avrei dovuto domarli. [...] Non amai il divertimento perché soffrii giovanissimo e forse per questo adorai il marmo.


Nel 1879 entra come assistente nello studio di Giuseppe Grandi, ad appena undici anni.

Adolfo Wildt, a differenza di altri artisti della sua epoca, instaura quindi un rapporto con l’arte fin da giovanissimo e non lo fa nell’officina artigianale di un scalpellino ma nello studio di veri artisti.

Il 1892 è un anno importantissimo, ha infatti modo di realizzare quella che possiamo definire la sua prima vera e propria opera: La vedova.


Adolfo Wildt, La Vedova, 1892

Da un lato troviamo la definizione delle forme del Canova ma dall’altra il volere di uscire da questi schemi definiti, per andare incontro ad un disegno spiritualizzato, dove l’anima sembra voler evadere. 

L’opera che vuole unire quell’amore terreno a un qualcosa che è scomparso, nella ricerca di una corrispondenza dei sensi, suscita notevole impressione in un facoltoso amatore d’arte tedesco, Franz Rose, quando viene esposta nel 1894 alla Triennale di Brera. 

Da qui entra in contatto con il mecenate prussiano che favorirà l’ascesa al successo dell’artista.
 

Rose non può non amare l’arte di Wildt: le suggestioni classiche, avvolte in un’atmosfera irreale, erano elementi tipici del simbolismo europeo dell’epoca, che apprezzava particolarmente.
Questi infatti nella sua casa-museo a Doehlau, nella Prussia orientale, stava cercando di riunire le più emblematiche opere dell’antichità con gli esiti contemporanei che più apprezzava. 

Grazie all’ammirazione che provava Rose nei confronti dell’arte di Wildt, propone all’artista di collaborare, stipulando così un contratto che durerà ben diciotto anni. 


Adolfo Wildt, Franz Rose, 1913

Questi, inoltre, sono gli anni anche del Wildt insegnante: nel 1922 apre la Scuola del Marmo e nel 1926 ottiene la cattedra di Plastica e Figura all’Accademia di Brera.
L’anno successivo all’apertura de La scuola del Marmo, questa viene ospitata nelle aule di Brera, diventando parte integrante dei corsi accademici. 

Continua così la sua docenza per diversi anni, fino a che, i primi di marzo del 1931, durante i lavori di una commissione artistica a Pavia, viene colto da un malore dal quale non riesce più a riprendersi. 

Muore infatti il 12 marzo 1931, nella casa milanese di via Sottocrono 3, lasciando la docenza della Scuola del Marmo al figlio Francesco, per poi venir chiusa definitivamente nel 1963.


Come già accennato, anni fondamentali sono quelli in cui Wildt è docente a Brera e ancora più importante è l’apertura della Scuola del Marmo. Il suo intervento infatti è fondamentale per tutti quegli artisti che furono suoi alunni, fra cui Lucio Fontana, Fausto Melotti, Luigi Broggini, Umberto Milani, e molti altri. 

Un anno prima di cominciare il suo lavoro alla Scuola del Marmo, Wildt scrive un breve testo, che risulta uno dei suoi scritti più importanti e significativi: “L’arte del Marmo”.
Questo non si presenta come un trattato sulla scultura, ma più che altro come una spiegazione pratica sull’utilizzo del marmo, materia tanto apprezzata dall’artista. 

La forma prescelta è quella del dialogo. 

Dalle prime pagine: 


Tre giovani scultori si presentarono una di queste mattine al mio studio per chieder consiglio a me, di tanto più anziano di loro, intorno a un problema per loro novissimo; che se era unico nella sua generalità per tutti e tre, variava tuttavia, nella peculiare applicazione, per ciascun d’essi.
Si trattava della lavorazione artistica del marmo - che è quanto dire dello scolpire; perché codesti giovani, usciti tutt’e tre da una delle principali nostre Accademie di Belle Arti, e licenziati con onore, si accorgevano ora, sul punto di intraprendere la loro ardua carriera d’arte, che non sapevano quello che è pure il fondamento essenziale dell’arte nostra, e che avrebbe dovuto essere pertanto la base e il centro di tutto l’insegnamento loro impartito nella Regia Accademia. Difficile a credersi: fra tanti corsi - prospettiva, disegno, ornato, anatomia, copia di gessi, copia dal vero, storia dell’arte, modellazione, storia antica, ecc. - che erano stati loro impartiti, uno era stato del tutto dimenticato: l’arte di lavorare il marmo. Nessuno si era curato di insegnare a questi futuri scultori questa piccola cosa: scolpire.


Così prende avvio, all’interno del testo, un lungo monologo, che vuol far comprendere l’importanza del mestiere dello scultore e di conseguenza far intendere a questi giovani artisti la responsabilità che hanno. 

In questo senso, analizzando il metodo utilizzato da Wildt per spiegare a questi giovani artisti il mestiere dello scultore, si comprende come questo lavoro viene inteso dall’artista come una sorta di vocazione alla quale si è tenuti a rispondere.


Nel 1923 la Scuola del Marmo si trasferisce nelle aule dell’Accademia di Brera e nel 1926 diventa corso serale obbligatorio per gli studenti di scultura dell’Accademia stessa: dieci posti, diciotto ore settimanali. 


Wildt, come detto precedentemente, nello stesso anno, diventa docente di Plastica e comincia così ad impartire lezioni sia di giorno che di sera.

Fra i primi esercizi che assegna ai propri studenti vi è quello di realizzare un uovo, forma perfetta, e di lavorare sulle copie, che sono tenuti a reinterpretare personalmente, ricercando linee del tutto nuove e contemporanee ai gessi di gusto classico che gli studenti ammirano lungo i corridoi dell’Accademia.

Le sperimentazioni che eseguono gli studenti giocano a favore di Wildt, facendo arrivare in Accademia ragazzi che, grazie ai suoi insegnamenti, alla fine del percorso di studi sono formati in modo tale da poter dettare percorsi del tutto innovativi pur mantenendo alcuni caratteri che sono alla base dell’arte wildiata, fra cui il valore plastico del vuoto in primis, la linea ed infine la luce.


Wildt, infatti, scavando cavità nei suoi volti, riducendoli a maschere, o rendendo i busti come involucri, sa equilibrare perfettamente il rapporto fra vuoto e pieno all’interno delle sue composizioni, dando prova ai suoi allievi che il valore plastico del vuoto non sottrae nulla all’opera, anzi, ne avvalora il significato e questa lezione sarà fondamentale per un alunno in particolare: Lucio Fontana. 


Dal maestro Fontana eredita sicuramente il gusto classicheggiante e l’utilizzo dell’oro, che riguardano le prime opere dell’artista, ma soprattutto, se pur non immediatamente riconoscibile, troviamo Wildt nella famosa serie dei Tagli, che nascono da quel sentimento di vuoto che è alla base di tutta l’opera del maestro. 

Lo stesso si può ricavare dalla serie dei buchi, dove ancora più evidente è tale lezione.


Lucio Fontana, Buchi (qui ritroviamo anche la forma dell'uovo)

Lucio Fontana, Tagli



Entrambi hanno quindi un obiettivo ben preciso: superare il piano andando oltre la forma. 

Ciò che dunque Wildt durante la sua docenza cerca di trasmette ai suoi allievi, non è l’importanza del risultato finale dell’opera ma il processo di creazione per arrivare a questa.

Wildt è un artigiano e maestro, più che un grande artista. Per lui la scultura è un mestiere nobile, è una vocazione dalle sfumature spirituali ed è proprio questo l’insegnamento che segue per tutta una vita cambiando le sorti della storia dell’arte. 


Chiara Bazzotti

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